“Inside Out”: Pixar geniale nell’idea ma commerciale nella realizzazione?

“Inside Out”: Pixar geniale nell’idea ma commerciale nella realizzazione?

Un film d’animazione realizzato dai Pixar Animation Studios e distribuito dalla Walt Disney Pictures, nato dalla mente di Pete Docter, che lo ha diretto (noto per aver diretto, fra gli altri, Toy Story e Monsters & Co.) insieme a Ronnie del Carmen, co-regista: è lo stracitato Inside OutUn successo totale, perlomeno in potenza e nelle aspettative del pubblico, perché la Pixar, si sa, non delude mai. Ma, c’è sempre un ma, in questa pellicola, a detta di molti perlomeno, qualcosa non ha funzionato e non tiene certo il passo delle altre targate con la mitica lampadina. Nel caso di Inside Out, si è fatto il salto più lungo della gamba? Forse, il che non è difficile da credere perché…la trama spara davvero molto in alto.

L’idea c’è tutta ed è molto buona: favorire la crescita dei bambini, formandoli oltre che tra i banchi di scuola, anche alla vita, puntando su uno sviluppo interiore sano e salutare. Il problema è come renderla sullo schermo affinché i bimbi capiscano.

La protagonista è Riley, una giovane ragazzina costretta a trasferirsi con la famiglia in una nuova città (San Francisco) che non le va molto a genio. E con lei, come con tutti noi, ci sono le emozioni: ma le sue hanno qualcosa in più, sono speciali, sono “personificate”, convivono nella sua mente, litigano pure tra di loro sul come si dovrebbe affrontare la vita in una nuova città, in una nuova casa e in una nuova scuola. Cinque coloratissimi personaggi, semplici, simpatici, che nella loro fisionomia dicono perfettamente gli stati d’animo di cui sono protagonisti. Sono loro che governano tutto il quadro emotivo di Riley, rappresentati con pari dignità, tutti con una specifica e fondamentale funzione: Gioia, Tristezza, Disgusto, Rabbia e Paura. Cinque che si sfidano continuamente fra la prigione dell’inconscio e le isole della personalità, ricordi base, figure non figure come quelle dell’amico immaginario o il treno dei pensieri e poi sogni, speranze, delusioni.
Basta guardare a uno solo dei personaggi, per capirne la complessità.
Uno tipo Sadness, la Tristezza che, come tutti sappiamo, a volte, e se prende la piega giusta, diventa il suo contrario: stimolo, motore di innovazione e atto creativo. Lei, la povera Tristezza, la più osteggiata dalle altre emozioni protagoniste, è infatti l’unica in grado di ristabilire un equilibrio all’interno della situazione determinando molto spesso la svolta. Pensate a quando riesce, con un crescendo di intensità, a stimolare la reazione di pianto della ragazzina tra le braccia dei genitori, aiutandola ad esprimere i suoi sentimenti e i suoi pensieri di preoccupazione. Insomma, la sua azione fa tutt’uno con la catarsi. E il messaggio è chiaro: la Tristezza se riconosciuta ed accolta, da emozione negativa, diventa atto riparatorio e innovatore, stimolo al cambiamento. Non a caso, dopo qualche fatica,  Riley riesce, con l’appoggio e il sostegno della famiglia, ad accettare una nuova situazione e ad adattarsi alla nuova vita costruendosi una nuova rete di amicizie e continuando a coltivare i suoi interessi e le sue passioni.
Ma Sadness è solo uno degli ingredienti e, come sappiamo, una buona torta riesce solo se tutti gli elementi ci sono e convivono nella giusta misura. Nel film Gioia, Tristezza, Disgusto, Rabbia e Paura si definiscono con tutte le loro caratteristiche, ma non lo fanno mica da sole, bensì andando anche oltre se stesse. Ed è qui il bello, la vera genialità sui cui si gioca la trama. Il piano di analisi è ancora più elevato: le cinque emozioni capiscono che il “meglio” dei ricordi, quelli più belli nasce dalla collaborazione di tutti. In altre parole, sanno che giocando in squadra il risultato è nettamente migliore: non ci può essere gioia senza tristezza, rabbia senza paura… I ricordi dunque, rappresentati come palle da bowling che vengono create dalle esperienze per poi essere custodite nella mente, non sono più monocolore (tristi, gioiose, paurose, disgustose o rabbiose), ma diventano un mix scintillante di colori. E se ci pensate ogni nostro ricordo non è mai puro!

Alla faccia della trama! Qui ci sono concetti e azioni mica facili: personalità, psicoeducazione, pedagogia, intento di rappresentazione dei processi cognitivi, emozionimessaggi di vita, inconscio, metacognizione, ovvero il mancato riconoscimento del legame tra emozioni e azioni…psiche! Insomma, siamo nel bel mezzo di un laboratorio delle emozioni, dove si insegna molto più di quanto sembra! O almeno ci si prova. E diciamocelo, portare queste “cose” su uno schermo del cinema, in un formato appetibile, divertente e facilmente comprensibile, con un messaggio che va oltre, non è un gioco da ragazzi.

Quindi, viene da chiedersi, ma questo film d’animazione è per bambini o per adulti? Educa i piccoli o i loro genitori? Concetti così complessi, saranno mica troppo anche per un genio come Pixar? Forse, no. Il problema sta nella resa dell’idea: si è volutamente abbassato il livello della trama e il suo ritmo per avvicinarlo di più al pubblico dei bambini, con un risultato poco soddisfacente: lascia un po’ delusi gli adulti, mentre i bambini non riescono a seguire un concetto di fondo troppo complesso. Il tutto, coronato da uno stile “hollywoodiano” e, per così dire, da tipico mood da cartoons targato Disney?

A. O. Scott sulle pagine del New York Times lo ha commentato con queste parole: «Il film è quasi interamente popolato di concetti astratti che agiscono in uno spazio non fisico. Le voci e la forma delle emozioni sono sia completamente nuove sia immediatamente riconoscibili. Ricordate cosa sognavate quand’eravate bambini? Le vostre prime paure? I vostri incubi? Lo farete: e ne uscirete anche con una nuova consapevolezza di come e perché ricordate quelle cose. Guarderete verso lo schermo e riconoscerete voi stessi».

Appunto, noi stessi. Ma forse, solo noi adulti…che torniamo bambini!

 

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